Il fundraising è di destro o di sinistra?

Il fundraising è di sinistra?

Domanda alla Gaber!

Il fundraising è un atto politico

Abbiamo già avuto modo di disquisire sul fatto che il fundraising sia un atto politico e, su questo, mi sembra ci siano pochi dubbi.

Il dono, e quindi il fundraising, hanno alla radice una visione del mondo e un sistema di valori che, se non proprio nei dettagli, tutti noi in qualche modo condividiamo. Altrimenti difficilmente faremmo questo mestiere, con tutte le fatiche che richiede.

In questi giorni di grande dibattito tra destre e sinistre, influenzato non poco dai tre piromani planetari che nel giro di pochi anni hanno contribuito a incendiare il mondo — non da soli, certo, ma con un peso specifico indiscutibile — la riflessione non può fermarsi al generico “il fundraising è un fatto politico”.

Possiamo provare ad andare un po’ oltre.

Destra e sinistra sono categorie imperfette, per convenzione, certamente. Ma continuano a rappresentare modi diversi di pensare il futuro, l’organizzazione della società, il ruolo dello Stato e del mercato, chi comanda e chi obbedisce, chi deve essere tutelato, come si distribuiscono ricchezza e potere e, soprattutto, quanto quello che succede agli altri riguardi ciascuno di noi.

A questo punto immagino già qualcuno sostenere che il dono non sia né di destra né di sinistra perché bla… bla… bla…

Soprassediamo, per favore. Almeno per economia di parole.

Io invece un’opinione me la sono fatta. E indovinate un po’ qual è il risultato?

 

Il fundraising è di sinistra?

Che ruolo ha il dono nella società?

Naturalmente anche le persone di destra donano. Esistono filantropi conservatori, fondazioni nate da enormi patrimoni privati e imprenditori tutt’altro che progressisti che destinano somme considerevoli a cause sociali. Quindi il punto non è stabilire chi sia più generoso.

Il punto è un altro: che ruolo assegniamo al dono nell’organizzazione della società?

Perché un certo modello capitalistico non ha bisogno di eliminare il dono. Gli basta metterlo ai margini.

Prima viene la produzione della ricchezza, realizzata attraverso il lavoro di moltissime persone. Poi vengono la sua distribuzione, l’accumulazione, la proprietà, il profitto. Infine, quando tutto questo è avvenuto, chi possiede una parte consistente di quella ricchezza può decidere liberamente di restituirne una piccola quota. A chi vuole, quanto vuole e per le cause che ritiene meritevoli.

Il dono diventa così residuale. Beneficenza. Una piccola redistribuzione volontaria di ciò che il sistema ha precedentemente prodotto e distribuito secondo rapporti di forza ben precisi.

E non c’è nulla di male nel fatto che qualcuno restituisca una parte di ciò che possiede. Il problema nasce quando assegniamo questo ruolo al dono: quando diventa lo strumento con cui alleviamo alcune conseguenze del sistema senza interrogarci sul modo in cui quel sistema distribuisce ricchezza e, insieme alla ricchezza, potere.

È qui che trovo ancora interessante la provocazione di Dan Pallotta sui famosi cinque centesimi per dollaro. La sua lettura della cultura della charity americana mette a fuoco una contraddizione che ci portiamo dietro: possiamo accettare senza particolare scandalo che si spendano enormi risorse per produrre, vendere, accumulare e convincere le persone a comprare; quando invece vogliamo convincerle a donare per una causa sociale, improvvisamente ogni euro speso diventa sospetto.

Quasi che produrre ricchezza fosse una cosa seria, mentre donarla fosse una faccenda sentimentale da gestire possibilmente in economia.

E qui il problema diventa politico. Perché attraverso la filantropia posso redistribuire una parte della mia ricchezza senza redistribuire necessariamente il mio potere.

Quando il dono diventa beneficenza

Se possiedo cento milioni e decido di donarne cinque, quei cinque milioni possono fare moltissimo bene. Ma continuo a essere io a decidere che saranno cinque, chi li riceverà, per fare cosa e a quali condizioni. La struttura del potere rimane sostanzialmente intatta.

Ed è proprio qui che entra in gioco lo Stato.

Il ruolo dello Stato nella redistribuzione

Uno Stato democratico dovrebbe intervenire nei meccanismi di distribuzione e redistribuzione della ricchezza attraverso la fiscalità, gli incentivi, il welfare, i servizi e le politiche pubbliche. Perché la redistribuzione non può essere lasciata soltanto alla generosità di chi si trova alla fine del processo con la parte più grande della torta.

Ma cosa accade quando la politica rinuncia progressivamente a questa funzione? Quando chi possiede grandi quantità di denaro dispone anche di grandi quantità di potere e capacità di influenza? Quando i decisori politici, per convinzione, interesse, necessità o qualche volta anche obtorto collo, finiscono per diventare funzionali alla conservazione di quello stesso sistema?

È difficile non pensare, guardando una parte della destra contemporanea, a leader che invocano continuamente libertà mentre chiedono obbedienza, che difendono la famiglia purché sia la famiglia degli altri, che predicano rigore per chi sta sotto e mostrano una notevole elasticità quando regole e principi riguardano loro stessi. Sovranisti, nazionalisti, neoliberisti, nostalgici di autoritarismi vari: sigle diverse, ma spesso una sorprendente convergenza quando si tratta di stabilire chi debba possedere le risorse e chi il potere di decidere.

E attorno a loro prospera una narrazione altrettanto semplice: se hai avuto successo è merito tuo; se sei rimasto indietro, probabilmente è colpa tua. Il denaro diventa misura del successo e, con troppa facilità, anche del valore. I diritti rischiano di trasformarsi in concessioni e la competizione tra chi ha poco e chi ha ancora meno diventa uno straordinario strumento per evitare che qualcuno guardi verso l’alto.

Tra Stato e mercato c’è la comunità

Succede allora una cosa curiosa. Lo Stato arretra. Il mercato arriva soltanto dove trova convenienza ad arrivare. E in mezzo rimangono problemi, persone, bisogni, diritti, territori.

A quel punto chiamiamo il dono. “Ci pensi la solidarietà.”

Ma quando chiamiamo dono ciò che serve semplicemente a riempire i buchi lasciati dal mercato e dallo Stato, abbiamo già cambiato il significato della parola.

Lo abbiamo ingabbiato dentro una dicotomia: pubblico o privato. Se non lo fa lo Stato, lo farà il privato.

Peccato che dentro quella parola, “privato”, mettiamo insieme cose completamente diverse: una multinazionale e una cooperativa sociale; un fondo di investimento e un’organizzazione di volontariato; un miliardario che crea la propria fondazione e mille cittadini che raccolgono 50 euro ciascuno per aprire un servizio nel proprio territorio.

Sono tutti “privati”. Ma stanno facendo la stessa cosa? Io credo proprio di no.

Perché esiste un terzo spazio che questa dicotomia rischia continuamente di cancellare: la comunità.

Il mercato prevalentemente scambia. Lo Stato preleva, redistribuisce, garantisce e regola. La comunità può fare qualcosa di diverso: può mettere in comune. Denaro, certo. Ma anche tempo, competenze, relazioni, responsabilità.

Ed è qui che compare il dono che interessa a me.

Il fundraising costruisce comunità organizzate

Quando cento persone mettono venti euro ciascuna perché vogliono che nel loro paese esista qualcosa che oggi non c’è, non stanno semplicemente trasferendo duemila euro. Stanno dicendo: questa cosa per noi deve esistere.

Quando diventano mille, quando insieme al denaro arrivano volontari, professionisti, famiglie, imprese, relazioni e competenze, quella raccolta fondi diventa qualcosa di più. Diventa una comunità organizzata.

E una comunità organizzata esercita potere.

Non il potere di comandare sugli altri. Il potere di incidere sulla realtà nella quale vive. Di decidere che una persona deve essere curata anche se curarla costa. Che un ragazzo con disabilità ha diritto a diventare adulto. Che un bosco deve essere salvato anche se abbatterlo produce più denaro. Che un hospice deve esistere. Che un teatro deve rimanere aperto. Che qualcuno deve occuparsi di chi il mercato considera poco interessante e lo Stato non riesce più, o non vuole più, raggiungere.

Ecco perché il dono non è semplicemente una piccola redistribuzione di ricchezza. Può essere distribuzione della capacità di decidere.

Ed è esattamente per questo che i sistemi che tendono a concentrare il potere hanno un rapporto complicato con il dono. Non hanno necessariamente bisogno di vietarlo. È sufficiente renderlo marginale, innocuo, caritatevole.

Il dono va benissimo se consola. Va benissimo se ripara qualche danno. Va benissimo se permette a chi possiede molto di restituire qualcosa. Diventa molto più fastidioso quando crea relazioni autonome, organizza persone, mette insieme risorse e permette a una comunità di decidere da sé che cosa considera importante.

Perché a quel punto non stiamo più parlando soltanto di generosità. Stiamo parlando di potere.

Quale spazio resta al Terzo settore?

E forse è proprio questa la cosa che accomuna, paradossalmente, due modelli apparentemente opposti. Un sistema nel quale tutto viene affidato al mercato tende a considerare residuale ciò che non può essere comprato e venduto. Un sistema totalitario nel quale tutto viene affidato allo Stato tende a guardare con sospetto ciò che le persone organizzano autonomamente fuori dal suo controllo.

In entrambi i casi rimane poco spazio per una comunità capace di organizzarsi liberamente attraverso reciprocità, mutualismo e dono.

Ed è probabilmente anche per questo che questi mondi hanno poco bisogno del Terzo settore. O, meglio, hanno bisogno di un Terzo settore docile: quello che raccoglie le briciole, gestisce le emergenze, ripara i danni e magari ringrazia pure.

Io penso a qualcosa di diverso. Penso al Terzo settore come a uno dei luoghi nei quali le persone esercitano la propria responsabilità nei confronti della comunità. E al fundraising come allo strumento che permette a quella responsabilità di organizzarsi e diventare azione.

Perché il fundraising sarebbe di sinistra?

E allora torniamo alla domanda iniziale.

Perché il fundraising sarebbe di sinistra?

Non perché quelli di sinistra siano più buoni. Non perché a destra non si facciano donazioni. E nemmeno perché il fundraising debba servire necessariamente cause progressiste.

È di sinistra, almeno nel significato che attribuisco io a questa parola, perché parte dall’idea che la sorte degli altri ci riguardi. Che la ricchezza prodotta da una società non possa essere separata dalla domanda su come venga distribuita. Che esistano cose il cui valore non coincide con il loro prezzo. Che le persone possano organizzarsi autonomamente. Che la comunità abbia un valore politico. Che il potere di decidere quale società vogliamo non debba appartenere soltanto a chi possiede più denaro o a chi controlla lo Stato.

E che mettere in comune qualcosa di nostro per costruire qualcosa che appartiene a tutti sia un modo legittimo, e forse necessario, di partecipare alla vita collettiva.

In quale comunità vuoi vivere?

Certo, nel mondo governato dall’idea che il denaro debba essere la misura ultima delle cose, il dono continuerà ad esistere.

Come ricordava provocatoriamente Nubar Gulbenkian, persino la paura dei poveri può spingere i ricchi verso la filantropia.

Appunto. Ma quello è un dono che rischia di lasciare sostanzialmente le cose come stanno.

Il fundraising che interessa a me prova, nel suo piccolo, a cambiarle.

Perché non domanda soltanto: “quanto vuoi donare?”

Domanda anche: “in quale comunità vuoi vivere?”

E se questa è ancora una domanda di sinistra, allora sì.

Il fundraising è di sinistra.

Luciano Zanin

Luciano Zanin

Presidente di Fundraiserperpassione Società Cooperativa Impresa Sociale

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